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una amico 141


dirmelo. Ma, ad un tratto, abbassò gli occhi; impallidì e divenne triste. Riprese il compasso in mano per rimettersi a lavorare, quasi perchè me n’andassi. Aveva un gran naso, ma stretto e rigonfio a metà. I suoi occhi erano quasi sanguinolenti. Portava i mezzi guanti di lana bigia a righe pavonazze, e le sue unghie erano quasi livide. Aveva un pollice fasciato. Allora, io guardai il disegno; ma egli evitava che i nostri occhi s’incontrassero. Io gli chiesi:

— Ti sei avuto a male di qualche cosa?

— No: anzi, ora mi sei meno antipatico. Si capisce di più come sei fatto.

I suoi occhi neri scottavano, e il suo viso mi fece pietà. Gli guardai un’altra volta gli occhi, con più curiosità, quasi disfatti in un olio che ardeva: neri e con le sopracciglia che gli davano un’aria di tristezza e di lutto; quasi voluta. Tentai in vano di ricordargli uno dei nostri giorni più allegri: raggrinzò la fronte, quasi con sdegno. Capii che egli non ci pensava più: e smisi, sentendo la mia spensieratezza attraversata da un brivido. Ormai non avevo più voglia di ridere, e allora gli parlai con affetto di alcuni amici nostri, che da tanto tempo non vedevamo più.