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136 una amico


Quand’egli m’era dinanzi, riflettevo soltanto a quel che dovevo dirgli; ma, se restavo solo, perchè suo padre o la sorella lo chiamavano, io capivo tutto com’egli viveva e quel che aveva fatto durante la giornata. Non so come, dalle cose stesse della stanza, che io guardavo sempre con simpatia, riescivo a sapere com’egli viveva. Il cappello posato su una sedia, un libro mosso dal posto, una tendina restata alzata bastavano. Egli, rientrando, mi chiedeva:

— Perchè guardi a quel modo?

— Io so quel che hai fatto.

— Sentiamo.

Io lo contentavo: e allora egli chiedeva:

— Chi te l’ha detto?

Io non sapevo quel che inventare che mi paresse meno da fargli invidia.

Allora egli esclamava, ironicamente:

— Tu riesci a indovinare.

Egli, piuttosto povero, era figliolo di un falegname che faceva il custode ad un teatro. Era molto alto e con i capelli neri, magro ma i piedi enormi e larghi; e aveva una sorella modista, più alta di lui.

Egli si riteneva molto intelligente ed era in-