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Pagina:Tozzi - Giovani, Treves, 1920.djvu/139

132 una figliuola


ba che imbiancava da un mese all’altro. L’inverno portava i guanti di lana, e non se li levava nè meno per andare a letto. Ella, invece, ingrassava sempre di più, con un nido di nèi in una guancia: certi nèi cicciolosi e rossi come ciliege mature. E di sposi non gliene capitò più. Quando s’accorse che ormai gli anni erano passati, ella conobbe in quale inganno era stata tenuta: fu una rivelazione così brutale, che si ammalò e perse per sempre la salute.

Il padre pestava i piedi, perchè ella stava in letto; e andava sempre fin alla soglia della sua camera, perchè non poteva lasciarla in pace e non si persuadeva che non poteva dirle di alzarsi e di riprendere le faccende. Quando entrava a trovarla, le parlava per qualche ora su quello che doveva fare quando sarebbe guarita: tutti i giorni riusciva a inventare un progetto nuovo, che gli metteva nella voce un tono febbrile. Gli pareva di vedere tutto quel che diceva, e alla fine l’immaginazione lo stancava.

E si doleva d’avere dovuto pensare, anche per lei, a tutte quelle cose. Ella gli diceva:

— Babbo, esci nel podere. Vai a prendere il sole: mettiti contro il muro della capanna.