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In un momento ch’ella aveva posato il suo fascicolo chiuso sulla tavola, e vi teneva sopra la bella mano, io posai sovr’essa la mia, timidamente. Ma a quel contatto il battito del mio cuore perdette ogni misura, chinai il volto su quella mano, e vi impressi un bacio. E tutti e due eravamo ammutoliti.

Giammai avevo provato una simile dolcezza. — Le andavo ripetendo senza posa: — Mi amate, Fulvia? Mi amate?

— Oh, lo vedete bene! mi rispose evitando i miei occhi che cercavano i suoi.

— Oh, ditelo, Fulvia; ditelo voi!

— Ebbene.... sì, mi disse con un filo di voce agitata e commossa.

— Dammi del tu, Fulvia, chiamami Max; dimmi ancora che mi ami.

Un istante ella alzò gli occhi, che rifulsero un lampo d’amore; e riabbassandoli tosto, mormorò:

— Sì, Max, ti amo!

Oh, quel tu, e quel nome pronunciati da lei, mi inebriarono. Perdetti ogni facoltà di ragionare, e prendendole il capo fra le mani, posai le labbra sulla sua fronte.

In quel momento il mio sguardo doveva esprimere tutto il trasporto che avevo in cuore.

La povera giovane ne ebbe paura, e con voce tremante mi disse: