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— Con che tuono? Non sono le sue parole? Non ha detto che si crea un idolo? E che quell’idolo cade ben presto dal suo piedestallo?

— Sì, ho detto codesto, ed è vero. Ma ebbi torto di dirglielo. Io le apro schiettamente il mio animo, come se fossimo vecchi amici. Le spiego un fenomeno che accade a me, che nasce forse da una eccessiva delicatezza di sentimento, e che ad ogni modo apporta conseguenze penose, per me, come per altri; e lei mi risponde con un’ironia che sente il rimprovero. Ci ho colpa io se sono fatta così?

Ella mi volse quell’apostrofe con una voce in cui strisciava l’accento allentato del disinganno che sembra volgersi indietro, e staccarsi con pena da una credenza passata; il suo cuore aveva sofferto della mia ironia, e nelle sue parole mi pareva di sentire gocciolare le lagrime che respingeva dagli occhi.

Confesso che non mi ero mai conosciuto prima d’allora tanta equità di sentimento e tanta facoltà di compunzione. Neppure nelle rimembranze azzurre della mia prima confessione, trovavo nulla di simile al sincero pentimento, al profondo dolore che mi strinse il cuore al pensiero di aver offeso il mio prossimo nella persona di Fulvia.

Curvai come una parentesi la mia lunga persona per mettere la mia testa al livello di quella di lei, e le dissi, con intima convinzione: