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golando e frenando a stento le risa come se fosse la cosa più umoristica del mondo.

Ed io, che, come proprietario dello scalino di bottega su cui si giocava, avevo sempre la più bella parte, che è quella del bottegaio, mi affrettavo a mettere un po’ di terriccio sulla bilancia di carta, poi ad accartocciarlo studiando i movimenti simultanei delle mani, che col pollice e l’indice tengono uniti i due capi della carta ai lati, e col medio ripiegano gli orli, salendo man mano, e restringendo sempre.

Tratto tratto la mamma mi chiamava per presentarmi a qualche sua cliente, la quale mi trovava sempre cresciuto.... uno sproposito! e mi domandava quasi invariabilmente:

— Come ti chiami?

Io stavo zitto e cercavo di tornare al gioco. — Ma la mamma andava superba della mia intelligenza precoce, ed insisteva:

— Via, rispondi. Di’ alla signora come ti chiami.

— Tacco Locci! Rispondevo un po’ per ubbidienza un po’ per vanità di sentirmi lodare. Ed infatti erano esclamazioni ammirative da non finir più:

— Carino! Come parla bene! Che cosa ha detto?