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tro conforto che il lavoro, al quale dava grande argomento la varietà dei luoghi.

— Tuttavia non potevo viaggiar sempre. Mi fermai a Torino, dove per un anno feci la stessa vita solitaria che avevo fatta in viaggio.

— Ma a poco a poco lo smercio de’ miei quadri, le esposizioni, i critici d’arte che parlavano di me nei giornali, mi obbligarono a rivedere qualcuno. Finii per riprendere in una certa misura i rapporti colla società.

— O Carlo, arrossisco nel dirlo; ma anch’io parlavo, anch’io ridevo; ridevo come gli altri. Quando pensavo a Clelia risentivo nel cuore tutto il mio dolore, ma c’erano delle ore e delle ore in cui non ci pensavo. Si dice tanto che la gioia è fugace. Ma e il dolore non lo è forse altrettanto? Noi siamo deboli. Non sappiamo soffrire a lungo; siamo incostanti in tutto. La costanza è una virtù superiore alla nostra natura imperfetta.

— Un giorno passando in via Nuova, vidi uscire da un negozio di guanti una signora alta e bruna, vestita con eleganza.

— Dopo la morte di Clelia non avevo più provata la menoma simpatia per nessuna donna. Mi erano tutte indifferenti, e le sfuggivo. Ma la vista di quella signora mi fece un’impressione strana. Mi parve che avesse in sè qualche cosa della