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Allora cominciava a sorridere colla sua povera bocca storta, un sorriso muto e gongolante di legittimo orgoglio. E si metteva a quel nuovo lavoro con ardore, immaginava tutte le applicazioni che gli si potevano dare, se ne innamorava, disprezzava tutti i punti dell'anno precedente; poi, quando il nuovo cominciava a passar di moda, si ribellava, protestava, s'aggrappava a quell'ultimo capriccio, finchè non ne veniva un altro ad innamorarla daccapo. Erano i suoi soli amori, da vent'anni in poi, ed erano sempre amori degli altri, che le venivano imposti.

Una volta sola nella sua vita aveva avuto un amore suo, un amore d'elezione. Era come un romanzo la storia della signora Caterina; lei non ne parlava mai, ma la signora Rosa si compiaceva di raccontarla sommessamente, guardando sua sorella con un'ammirazione retrospettiva, che nessuno poteva più condividere.


Da giovinetta, la signora Caterina era bellissima di volto come di persona; allora c'era ancora suo padre, negoziante di generi coloniali, che guadagnava molto; la famiglia viveva benino, e quella bella fanciulla consolava i genitori del cruccio d'avere la primogenita malata, ed invecchiata anzi tempo col suo pallore giallognolo e la sua cuffia. Quando la Caterina ebbe vent'anni, le misero il primo vestito da ballo e la condussero ad una festa. Là fece la conquista d'un professore di contrabasso dell'orchestra della Scala di Milano,