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accordo era quella delle ferrovie orientali per la quale l’Austria aveva fatto appello al capitale francese. Le famose proposte economiche non furono mai presentate alla Serbia; esse non erano state ancora presentate il giorno funesto della redazione dell’ultimatum. È proprio uno dei casi nei quali il vero non è verosimile, talmente la condotta dell’Austria cozza con la logica e la ragione. Certo c’erano in Serbia dei «chauvins» come ve ne sono in tutti i paesi, ma il Governo e la nazione serba comprendevano benissimo di essere troppo piccoli e troppo deboli e di dover necessariamente vivere in buoni termini con la loro grande e potente vicina. Uno degli uomini di Stato serbi più illuminati e più colti, il mio amico Vesnitch, che è circondato in Francia da tanta simpatia, nel luglio 1914 in una intervista, dopo aver deplorato con parola commossa il delitto di Serajevo, diceva che la sua emozione era accresciuta dal timore che esso potesse ritardare gli sforzi del Governo serbo per stabilire con l’Austria rapporti fiduciosi, e terminava con le seguenti parole le quali alla vigilia dei tragici avvenimenti ch’eran per svolgersi, suonavano come un appello disperato alla pacificazione, all’equità, alla