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— Coraggio, coraggio, signori miei! finalmente non siamo a questo estremo!... Abbiamo delle speranze, vi dico!

Alle parole del dottore succedeva un silenzio penoso. La signora Roncaglia piagnucolava in un canto del canapè per conto suo; il medico passeggiava lentamente per la stanza; Erminia, seduta ai piedi del letto, covando cogli occhi il bambino, non si muoveva; Carlo le stava vicino, all’impiedi, appoggiandosi alla colonna del letto, senza muoversi e senza fiatare anche lui. Si udiva nella strada il gran brulichio, il gran va e vieni di carrozze. Di tanto in tanto passava un monello cantando a squarciagola la canzone venuta col maggio. Il pensiero della povera madre errava vertiginoso su tutte le date principali delle breve esistenza del caro infermo; le pareva di udire il suo primo vagito, quel vagito che avea fatto trasalire la prima volta le sue viscere di madre, ricordavasi della prima volta che l’avea visto a poppare, e del primo sorriso che le avea fatto, e delle prima cuffietta che avea