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come l’avvelenato lino, raggrupatosegli intorno, penetra nelle sue carni e già già le consuma! Dall’ira e dal dolore reso egli furioso, afferra il misero giovinetto sotto alla pianta del piede con la mano destra, e come avesse in pria fatto fionda dell’infelice suo corpo, se ’l getta dietro alle spalle onde renderne più terribile lo slancio; e quasi saziar volesse anche con gli occhi la propria vendetta, tiene fiso, avido, e prolungato entro del mare lo sguardo, in quel sito appunto ove lo slanciato Lica dee cadere, e sommergersi. Con la sinistra mano il sostiene ferocemente per la cintura. Ercole, benchè divorato da un fuoco soprannaturale, apre alquanto la bocca, e contorce la fisionomia, conservando però nel nobile suo volto quel grado di compostezza di cui i gran maestri dell’arte non credettero di dover mai spogliare i nobili personaggi che rappresentavano, qualunque fosse lo stato loro fisico e morale. All’infelice Lica intanto (meraviglia dell’arte!) già irrigidiscono dallo spavento le membra, e diventano irti i capelli. Egli si afferra possentemente, e si raccomanda ad un’ara vicina. Balzerà piuttosto con l’ara stessa lo sciagurato garzone, anzi che resistere a tanta possa. Oh quali grida egli manda! Infelice! quella pietade, che divenuto scoglio in forme umane otterrai dai pietosi naviganti dell’Eubea, che da te distoglieran le prore, dall’infuriato Ercole qui tu indarno la speri. E voi, spose non avventurate, dalla


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