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la fortuna di un libro

tato fuor di casa vergognosamente, un servo lo tien su che barcolla e lo accompagna, mentr’ei si trascina dietro il mantello. Egli poi, il padron di casa, rimasto solo nel triclinio non prima lascia cader giú di mano il boccale che il sonno non l’abbia preso mentre sta bevendo, e, quando le sue membra son rilassate, allora da sé il boccale gli cade giú mentre dorme».

Da altri passi di altri scrittori greci da lui in quella medesima opera tradotti e che noi possiamo controllare sugli originali, resulta che Rutilio Lupo fu traduttore non soltanto attento ma efficace. Dobbiamo credere perciò, che Rutilio abbia tradotto con molta fedeltà, e servendosi anche di immagini poetiche lucreziane e ovidiane, il passo sopraccitato; e che Licone fosse filosofo e insegnante tutt’affatto diverso da Teofrasto e si abbandonasse con piacere a una certa enfasi retorica, viziosa e declamante. Il passo che Rutilio traduce apparteneva forse a uno dei corsi di lezione che Licone aveva lasciato in testamento ai suoi scolari e che gli scolari pubblicarono, probabilmente un corso di etica nel quale il maestro aveva inserito descrizioni etologiche. Difatti, il modo come la descrizione incomincia, con quid in hoc arbitrer bonae spei religuom residere... «che mai credi possa sussistere di buona speranza in un uomo che...», rivela subito un tono cattedratico, e, non dico cattedratici, ma leziosamente elaborati sono anche gli espedienti stilistici ai quali Licone ricorre per far più evidente la miserevole condizione del dissoluto. Ce lo descrive mentre duobus innixus, languidus qui cubando sit defatigatus, tunicatus, sine pallio, soleatus, praeligato palliolo frigus a capite defendens, flexa cervice, summiissis genibus, colore exsangui, si trascina, appena alzato di letto, a gozzovigliar nel triclinio; ed è fin troppo chiara la tendenza del suo dettato verso un tono commosso e colorito, se non addirittura oratorio. Tale è anche, alla fine, la descrizione dell’ubriaco che lascia cadere il bicchiere; e del medesimo tono appaiono le frequenti abbondevoli ripetizioni sinonimiche, a significar che ormai il gusto della scuola erasi mutato nel giro di pochi anni, e che Licone, successore di Stratone sulla cattedra di Teofrasto, era assai lontano dalla fresca e saporosa semplicità dell’erede di Aristotele.


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