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la composizione dei «caratteri»

«se sei un ignorante, fai bene a star zitto; ma se sei uomo colto, non si può dire che tu agisca da saggio»; e Plutarco avverte che il nostro filosofo scorgeva nella maldicenza uno sguaiato rimprovero degli altrui difetti. Queste notizie e altre ancora di carattere aneddotico e sentenzioso permettono di credere che molto s’interessasse Teofrasto di un’etica descrittiva, e che titoli di opere sue oggi perdute, come dell’opera sull’adulazione e dell’altra sul ridicolo, confermino in lui certe doti di spirito le quali convengono benissimo ai costumi di vita quasi mondana da lui prediletti. Chi poi ha cercato di ricostruire con meticolosa diligenza di ricerche l’opera di Teofrasto anch’essa perduta sull’ipocrisia, ha pressoché dimostrato vero che a fonte teofrastea risalgano in parte motivi sul medesimo argomento ripetuti dalla retorica posteriore, per esempio da Eustazio. Ed è infine probabile che anche gli studi di Teofrasto sulla commedia riguardassero piuttosto i caratteri che la storia propriamente detta delle forme della commedia.

Di un Teofrasto uomo di spirito e abilissimo in rilevare e descrivere il ridicolo piuttosto che il serio della natura umana, è lecito parlare, ma fino a un certo punto. In ogni caso è certo che il successore di Aristotele, pur scoprendo nelle opere del maestro «i primi spunti un po’ timidi di aneddoti simili a quelli dei quali intessé l’opera sua», non si rifà ad Aristotele, ma addirittura a Platone. L’esempio che Pasquali, ripetendolo da altri, adduce a conferma di un Teofrasto il quale avrebbe, seppure con genialissima originalità, imitato Aristotele, non mi convince affatto, giacché il cosiddetto bânausos, che è l’uomo volgare e privo di gusto, è vero che Aristotele nel quarto libro dell’«Etica nicomachea» ce lo descrive come un tale «che nelle piccole festicciuole spende molte ricchezze e fa sfoggio oltre misura sí da convitar gli amici quasi a un banchetto di nozze, e se fa il corego riveste i coreuti comici di vesti di porpora durante la parodos da quel provinciale ch’egli è, e questo fa non per amor del bello ma per isfoggiar lusso credendo di colpir le immaginazioni, e se deve spender molto spende poco e se invece deve spender poco spende molto»: è vero dunque, ed è evidente che qui Aristotele si abban-


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