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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/77


gnoso e irritato del suo stupido terrore di poco fa e del suo strano turbamento di adesso.

I denti di Balbina, aguzzi e bianchi come pi gnoli appena sbucciati, stringevano forte il ramo e somigliavano, così infissi nel legno grigiastro* a un dop io giro di perle orientali divise da un bizzarro fregio di argento brunito.

--· Sì, sono bella — disse Balbina con orgo glio pacato e, buttato via il ramo, spuntò, con gesto rapido, le due grosse forcine che le tenevano stretti i capelli a sommo del capo e squassò l'ac cesa chioma fulva, che le scese in ampio volume sopra le spalle.

Un odore di cosa viva, quell'odore stesso che Germano aveva percepito nell'incubo, gli salì vio lento al cervello e lo stordì.

Enigmatica e procace, con le forme esuberanti, le vesti leggere e scomposte, con la fiammante criniera entro cui le dita di lei si agitavano per renderne più appariscente la massa e per farne esalare più tormentoso il profumo, Balbina pa · reva l'immagine dell'Estate lasciva e perfida, quando essa matura veleni e serpenti, febbri e delirio.

Germano, fuori di sè, le afferrò le braccia per respingerla, per cacciarla via e liberarsi da quel contatto che lo rendeva furioso.

— Vada via! Se ne vada! — e la scuoteva con violenza, ma senza lasciarla, perchè le dita gli rimanevano attaccate, come in virtù di cala mita, nelle fresche, sode carni di lei.

— Non mandarmi via — Balbina mormorò e gli occhi le rilucevano tra il velame dei capelli, che adesso cadevano spioventi sul viso; e la bocca rossa si avanzava di tra il bagliore della chioma,