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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/62


— Allora bisogna che io vada a casa. Il nonno non mangia la minestra senza di me.

Germano l'accompagnò ed entrò con lei, famigliarmente, nella grande sala a pianterreno,' im mersa in una pace sonnolenta per la semioscu rità in cui natava. I verdi sportelli esteriori delle finestre erano chiusi, e la luce s'insinuava a fa tica di tra le sottili connessure, brillava qua e là sul pavimento, in tanti fili che si univano ad angolo acuto presso il limite dell'opposta parete, per quivi formare un grande occhio corrusco.

Flora e Germano, ancora abbarbagliati dalla vivida luce dell'aperta campagna, provarono una impressione di gelo, varcando la soglia della stanza semibuia, e subirono, senza rendersene conto, la tristezza immediata che si prova affac ciandosi all'ingresso di una cappella sotterranea, scavata a custodia di sarcofaghi, entro cui si am mucchino ossa di martiri.

— Nonno! Flora chiamò, e il vecchio conte, seduto nel vano di una delle due finestre, mor morò alcune confuse parole, di cui i giovani percepirono il suono, ma non il senso.

La fanciulla si avvicinò al nonno, diventato con lei docile come un bambino, gli ravviò con le dita la folta criniera bianca e, presolo per mano, lo accompagnò nell'attigua cucina, dove all'estremità di una massiccia tavola di noce, dalle gambe corrose intagliate a fiorami, stava distesa la tovaglia ed erano apparecchiate le sto viglie di porcellana azzurra, la posata di argento consunta dall'uso, e una ciotola capace entro cui il vecchio conte soleva da tempo immemorabile mescere il vino che egli beveva copiosamente.

Il conte Innocenzo conservava 1' uso di prendere