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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/383


Un carrozzone elettrico, completamente vuoto, passò davanti a lei con la rapidità del fulmine. Ella aspettò che sparisse, poi entrò nel ponte, dalla parte di sinistra destinato ai pedoni. Giunta a metà, scrutò da ogni lato per assicurarsi che nessuno passasse. Il silenzio imperava. A destra, la mole Adriana, rischiarata dai lumi del ponte Sant'Angelo, si delineava nitida dalla base qua drata, all'Angelo librato in alto sulla torre cen trale; a sinistra, il fiume turgido per le recenti piogge, formava una immensa chiazza scura.

Flora gettò il manicotto e, senza un attimo di esitazione, scavalcò il basso parapetto a ringhiera, restando a braccia spalancate, con l una e l'altra mano aggrappata alle opposte traverse della gab bia di ferro.

I piccoli piedi posavano appena' sulla sporgenza esteriore del ponte, ed ella, curva in avanti, in terrogava con occhio fisso la sua tomba.

II vuoto che la circondava, per ogni lato, si era già impadronito di lei.

Una raffica di vento, scatenandosi dai prati di Castello e ingolfandosi verso San Pietro, lanciò nella notte un urlo di minacciosa imprecazione, cui rispose lo stridore della gabbia di ferro, bru talmente squassata. L'urlo e lo strido richiama rono Flora in sè, sconvolgendola di terrore. No, non voleva morire! Voleva piuttosto fuggire e salvarsi.

Le apparve la sua casa, già abbellita dal rim pianto; le apparve la faccia atterrita di suo ma rito. Giorgio l'aveva amata, dopo tutto. Ebbe pietà di sè, pietà di lui. Fece per volgersi con moto brusco; i piedi, intirizziti, scivolarono; le