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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/381


una città abbandonata, dimodoché Flora attra versò piazza Barberini e percorse via Sistina, in contrando appena qualche raro passante in lite coll'impeto della tramontana.

Anche Flora doveva accanirsi contro il vento, che la investiva, le tagliava la faccia, le impediva il passo, facendole attorcigliare le vesti intorno alle gambe; ma quella lotta con la prepotenza degli elementi la inorgogliva, centuplicando le sue forze.

Le pareva che qualcuno si ostinasse a respin gerla e l'ostinazione avversa aumentava l'ostina zione sua propria.

Il discendere la gradinata della Trinità dei Menti fu addirittura una gesta. A un certo punto Flora non comprendeva più se le ondate furiose che le percotevano il petto fossero di aria o di acqua; se ella si trovasse sulla terra o sul mare. Procedeva a testa bassa, coi pugni chiusi spinti in avanti, mentre un riso convulso le scuoteva il petto.

A piazza di Spagna sostò per riprendere fiato. Il vento quivi taceva, e solo in alto si sbizzar riva, contorcendo gli alberi del Pincio. L'orologio della Trinità suonò il quarto delle nove. Nella barcaccia del Bernini l'acqua cadeva sommessa; la colonna dell'Immacolata segnava appena una lista d'ombra più cupa nell'ombra avvolgente; le fiammelle dei lampioni oscillavano; le innumeri stelle del cielo, sempre più crudeli, sempre più beffarde, guatavano curiosamente, simili a occhi perversi di spettatori intenti allo spettacolo feroce di un circo.

Flora vide il salotto da pranzo, dove la fami glia e gli ospiti stavano convenuti, ignari che