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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/377


Una folle paura la strinse. Comprese che l'idea unica del suo cervello diventava sempre più so lida, riconoscendone il peso sulle pareti del cra nio indolenzito. Si compresse la testa con le mani. Aveva paura sempre di più. Si riconosceva in balìa di una forza, che, tra poco, le avrebbe im posto di agire e, mentre una parte di sè gioiva nel presentimento del comando imminente, un'al tra parte di sè, la più viva, la più sensibile, re calcitrava e s'impennava simile a cavallo quando ombra.

Udì tramestìo di seggiole nel salotto da pranzo, che un semplice corridoio di passaggio separava dalla sua camera.

Il desinare era pronto e si mettevano a tavola. Sarebbero venuti, forse, a chiamarla, ed ella si buttò sul letto, cosi come si trovava, per fare le viste di dormire.

Infatti, dopo un momento, la porta che dava sul corridoio si aprì e Anna Maria disse ruvida mente:

— La minestra è in tavola.

Flora non rispose. Desiderava con ansia che Anna Maria venisse ad afferrarla per una mano e la trascinasse, magari con la violenza, nella luce e nel tepore del salotto da pranzo; ma Anna Maria, non udendo parola, soggiunse:

— Rimanga, se non vuol venire — e richiuse con mal garbo l'uscio, resa feroce dall'idea che la signora avesse avuto il coraggio di accusare quel povero Renato.

Flora scivolò dal letto e tese l'orecchio avida mente. Forse sua madre sarebbe venuta, forseavrebbero mandato Reginetta.

Il cuore le pulsava a grandi eolpi ineguali, ed