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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/373


non si avrà più il coraggio di dormire, non si avrà più il coraggio di mangiare. Tutto è lecito supporre, tutto è lecito temere.

E Giorgio chiamava le posate d'argento, i bic chieri di cristallo, la stufa, i mobili, la giacca stessa della moglie a testimoniare della sua in contaminata agiatezza e a dire se egli fosse me ritevole di un simile fato.

Nell'impeto della perorazione si rivolse a Flora direttamente:

— Ti ho forse lasciato mancare qualche cosa? In oltre undici anni che ti ho sposata, per mio castigo, non hai sempre avuto una casa comoda, una buona tavola, vestiti nuovi a ogni variare di stagione?

Flora esalò un lungo sospiro e non rispose. A che prò dire che non le era mancato nulla e che le era mancato tutto? D'altronde ella non accu sava nessuno. Capiva, in un momento di perfetta lucidità, che la logica della vita le stava di con tro, stringendola ne' suoi freddi tentacoli di ac ciaio.

Era inutile divincolarsi; la logica riesce vitto riosa sempre nei conflitti con l'utopia.

Giorgio la investì: — I sospiri sono forse una risposta? Andiamo; accusami. Dimmi che ti ho misurato il cibo, che ti ho fatto battere i denti dal freddo, che ti ho lesinato il necessario, che ti ho maltrattata, ingiu riata, tiranneggiata. Andiamo, dichiara questo in presenza di tua madré e così la riconoscenza, che avresti dovuto avere verso di me, sarà completa. Flora strinse al petto il manicotto come per riscaldarsi il cuore, e con voce incolore, quasi una voce d'oltre tomba, disse: