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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/351


Attraversò il labirinto intricato dei lunghi cor ridoi silenziosi e si mise per l'angusta scaletta che conduce appunto alla casa di Livia. Scen dendo i gradini, il cuore le batteva e un riso di gioia le tremava nella gola.

Sporse il capo dall'usciolo, guardò il vestibolo, chiamò spaventata Germano, paurosa di non trovarlo, e Germano apparve nel vano della stanza centrale.

— Finalmente! — ella mormorò con voce sof focata dall'emozione.

Rimasero un momento con le mani intrecciate, i petti anelanti, a guardarsi negli occhi con so spiri lunghi di beatitudine.

Mai Germano era sembrato a lei così bello; mai Flora era sembrata a lui così vezzosa.

Quei mesi di assenza avevano deterso di ogni polvere il loro amore, che rifulgeva adesso sopra di essi, raggiante e immacolato a guisa di astro.

Il suono gutturale di voci parlanti una lingua esotica li scosse dall'estasi, ed essi risalirono la scaletta, inebbriati da una felicità che stentavano a contenere.

Cominciarono a percorrere i corridoi stretti e interminabili, dove i loro passi risuonavano e la eco delle loro parole si ripercuoteva lungamente.

La figura grottesca di una statua deturpata li attrasse e li fece ridere.

La figura, drappeggiata in una toga, di cui le pieghe erano corrose, spingeva in avanti i mon cherini delle braccia mutilate. La faccia piccola, mancante del naso, aveva assunto una espressione assai curiosa di canzonatura melanconica. Una coorte di formiche brulicava intorno al cavo di un'occhiaia, e pareva che la figura ammiccasse come per lasciar capire di averne vedute di ogni colore.