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discesero e le curve ciglia tornarono a segnare di un’ombra lieve il delicato pallore delle gote.

Ermanno si fece serio per ammirare con maggiore intensità la mamma così bella, così bianca, intorno alla cui fronte le stille del sudore sembravano perle. Somigliava a una regina o forse anche somigliava a una santa, a una di quelle sante che calano talvolta dal paradiso, prendono per mano i bimbi devoti e con loro passeggiano sopra la terra, vestite di abiti di argento, la chioma incoronata di gemme.

Dalla torre di Maurizio il suono dell’ora giunse, sospingendo altrove con impeto i pensieri di Ermanno, che alzò subito in alto il braccio destro e, chiuso il pugno, cominciò a marcare con gesto energico i colpi dell’orologio. Egli aggrottava le ciglia e aguzzava intento le labbra, fingendo di essere Maurizio, l’uomo di bronzo, il quale dimora in cima alla torre e, ad ogni scoccar dell’ora, batte di un suo martello i fianchi della campana. Quello strano uomo di bronzo, che di notte può noverare tutte le stelle e che d’inverno, ammantato di neve, rimane impavido a sfidare l’urto del vento, provocava sempre gli scherni del bambino.

Egli lo chiamava «signor Maurizio Stupidone», lo irrideva dai balconi della sua casa, lo invitava a discendere dalla torre per passeggiare, mangiare, dormire come fanno gli altri.

Invano le persone gravi e serie, monsignore,