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che mi riuscirono per ciò inintelligibili, asciugò il sudore che mi stillava dalla fronte con un suo fazzolettino che non era più voluminoso di una tela di ragno, ed esalava tutti i profumi più inebbrianti. Animato da tanta affabilità, e più ancora dal pensiero che io era re e che quella divina creatura era mia, trovai il coraggio di dirle: Come vi chiamate?

— Opala, diss’ella, la più affezionata e la più fedele delle vostre schiave.

E pronunciò questa parole nella mia lingua.

— Voi non siete nativa del mio regno? le chiesi io meravigliato.

— No, disse la fanciulla. La defunta Serenità di vostro padre mi portò seco bambina dall’Oriente, e mi apprese la lingua e i costumi della vostra nazione. Egli mi onorava particolarmente della sua affezione, e mi ha conferito una speciale autorità sulle donne del vostro serraglio.

— Mio padre, esclamai tra me stesso, non aveva gusti depravati, non aveva deficienza di senso estetico... una così bella creatura! Ma egli doveva aver passato i sessant’anni... è impossibile... E rivoltomi ad Opala le dissi: Mio padre vi amava?

— Molto.

— Di che affetto?

Il volto di Opala si coprì d’un vivace rossore. Io che capiva a stento in me stesso, non seppi trattenermi dall’abbracciarla, esclamando: io pure vi amerò molto, io vi lascierò intatta l’autorità conferitavi da mio padre. Dio mio!