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amore nell'arte 251

Sola, mia, soffrente, purificata dalla morte — così e non altrimenti io poteva amare una donna. Una donna! Non era una creatura umana che io amava in lei, era uno spirito concretizzato, personificato in un essere vivo, racchiuso in un velo vaghissimo, delicato, trasparente, che appena lasciava indovinare l’essenza di cui era composto.

«Ma a che dirti tutto? come spiegarti il carattere della mia passione? Spesso mi atterriva il pensiero di perderla, più spesso ancora il pensiero di ricuperarla. La vita le avrebbe ridonato la forza, la salute, i desiderii; io avrei trovato in lei ciò che aveva trovato in Regina, ciò che si trova in tutte le donne, la donna; noi saremmo sopravvissuti al nostro amore... Perdendola, io raffermava invece per sempre la mia fede, conservava per sempre le mie illusioni; la religione dell’amore avrebbe potuto pretendere da me un culto sincero ed eterno. Incauti coloro che piangono la perdita di una donna amata! Non vi è che la morte che possa purificare l’amore, che possa santificarlo, eternarlo — essa ne suggella la fede. Quando essa ha diviso due esseri che si amano, colui che è sopravvissuto può illudersi sulla durata che quell’affetto avrebbe avuto, se vivo; ha una tomba su cui piangere, e può costruirsi una fede su cui riposare. Nessuna gioia della terra è dolce come quelle lacrime e come quella fede! Ma ciò che è orribile è sopravvivere alle proprio affezioni, vederle vacillare, cadere, finire, irridere a sè stesse, posarsi sopra altre creature. Quanti esseri ci circondano che avevamo amati, che avevamo fusi colla nostra esistenza, coi quali avevamo sfidato la mutabilità dei tempi e della fortuna... e che adesso sono più nulla! Vivere tra tali creature, vederle vive e felici, e portarne il lutto, è come vivere in un mondo che. ha cessato di appartenerci, è come presentire la morte co’ suoi dolori,