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XXXVI.


Eravamo nel mese di novembre. Fosca mi disse un giorno: «Domani andremo a passare una giornata intiera in campagna, andremo a piangere sulle foglie che cadono.»

Il luogo dove dovevamo recarci era una fattoria a dieci miglia della città, situata in una posizione incantevole, a piedi degli Appennini. V'era già stato con essa altre volte, e vi andava volontieri, benché la compagnia di Fosca mi amareggiasse di tanto quella gioia, da rendermivi quasi indifferente. Ella invece ne era pazza; quelli erano i giorni più lieti della sua vita. Se io fossi stato poco più forte, poco più generoso, avrei potuto e dovuto essere felice di quella felicità sì piena e sì grande di cui godeva ella stessa. Ma io non possedeva che la virtù della tolleranza, non sapeva che rassegnarmi, e non poteva pretendere di più dal mio cuore.

In quel giorno ero mesto e scorato più che mai. Mi ero avveduto che la mia salute si alterava spaventevolmente, e che il mio coraggio, la mia forza, la mia gaiezza svanivano a poco a poco con essa.

L'ultima volta che Clara mi aveva visto ne era rimasta atterrita, e mi aveva detto: «Povero Giorgio, mi pare di vederti ancora quale ti vidi la prima volta che venisti a battere all'uscio della mia casa; sei molto triste, molto dimagrato, che hai?» E non so se fosse per pietà che le inspirasse di nuovo il mio stato, o per affanni suoi intimi, ella era assai pensierosa e assai mesta.

Dacché Fosca era guarita, m'era recato a vederla due altre volte, e l'aveva sempre trovata così; non mi pa-