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del traduttore vii

intendere quali fatiche egli dovesse durare per vincere quelle gravi difficoltà che pur vinse, e quanto, a ogni poco, fosse per lui vicino all’impossibile il caso di evitare l’errore, non ostante l’ingegno e la somma dottrina, di cui egli è dotato. Ma se oggi, che i libri di sussidio poco sopra accennati sono assai meno scarsi, è appena permesso di promettere al pubblico una traduzione dal giapponese bastantemente scevra di errori, come poteva dire il Dr Pfizmaier nel 1847, che gli restava solamente qualche dubbio sulla retta interpretazione di alcune poche locuzioni? Beato lui! A me nel 1871, con tutto l’ajuto di una nuova edizione giapponese,