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262 DEGLI ANNALI

resse1 Togonio; e intanto il suo parere non dissuase.

III. Conficcò bene Giunio Gallione, che volea i soldati pretoriani, finito il lor soldo, poter sedere ne’ quattordici gradi, domandandogli quasi presente: „Che hai a far tu di soldati? allo imperadore sta il comandarli e il premiarli. Hai trovato forse quel che non seppe il divino Augusto? o pur sei lancia di Seiano, che vorresti accender fuoco e tirar gli animi rozzi con questo zimbello d’onore a guastar gli ordini della milizia?„ Quello che Gallione guadagnò della sua studiata adulazione, fu l’esser cacciato allora di senato, e appresso d’Italia; e dicendosi che egli avrebbe troppi agi in Lesbo, isola nobile e amena, elettasi; fu rimenato in Roma e messo in prigionia di magistrati2. Nella medesima lettera,

  1. In senato non s’entrava con arme. Quando Tiberio vi era, fuori stavano soldati alla guardia. Non gli piacque che venti senatori v’entrassero armati per lui guardare, non se ne fidando, tenendoli tutti per nimici, e ricordandosi dì quel che intervenne a Cesare dettatore. Ma per nascondere questo suo timore, la mise il valent’uomo in canzona.
  2. Erano le prigionie, o libere per li nobili, sostenuti in case d’alcuno di magistrato pubblico o di privato, mallevadore di rappresentarli; o militari, e legavasi assai lunga catena alla destra del prigione, e sinistra d’un soldato alla guisa de’ nostri stincaiuoli; o erano cameracce per li vili o scellerati, o giudicati a morte. Nelle quali erano di legnami o d’altro, come il rovere: del quale vedi la postilla al §. XXIX del 4 libro; e il Tulliano, del quale Cicerone contra Verre; e Salustio nel Catilinario: Est locus in carcere, quem Tullianum vocant, detto dal re Tullio Ostilio che lo trovò per per pena avanti al supplizio de’ casi più gravi o come era il sesterzio, lungo miglia dua e mezzo fuori della città. Vedi Lipsio nel lib. 15 di questi Annali.