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236 DEGLI ANNALI


V. Cesare adunque replicò obbrobri della nuora e nipote; garrì per bando la plebe: e doltosi co’ Padri che, per inganno d’un senatore1, la maestà dell’imperio fosse beffata pubblicamente, avvocò a sé tutta la causa. Essi non fecero che dichiarare che volerano punirli (non di morte, che era vietato), ma il principe gl’impediva;2 sotto al giogo pria chini, ora prostrati.

VI. Inorgoglito Seiano da tal piegar del principe e del senato, ma sempre debole, ove con intestine discordie non fea colpo, idee covava più atroci. Caso fosse o studio, la stessa trappola, che già a danni del sangue di Tiberio, contro la famiglia Germanico, gli riuscì; poiché Druso, alla figlia di L. Ottone pria promesso, sposò Emilia Lepida3, di nobilissima casa, perfida anima, al marito discorde, per l’odio di Cesare e l’ambizione di Seiano, più esiziale.

VII. In tanto sturbo dell’imperial casa, non allentò, crebbe anzi la pubblica frega d’accusare. Tiberio, d’indole crudo, e morta la madre, efferato, a sfogar la sì ripressa sevizia, amici e familiari di

  1. Qui si vede che i cancellieri o segretari del senato, a cui le cose grandissime si confìdavano, erano senatori.
  2. Leggasi l’avviso al lettore del traduttor di Brotier, in fronte all’opera.
    Qui entra Brotier col suo Supplemento; al qual passo, con sentimento di somma modestia, ei così scrive: C. Cornelii Taciti Annales supplere aggredior; opus arduum: quod, utinam! quanta cum historiae necessitate, tanta cum laude exequar.
  3. Le ribalderie e morte di questa donna son da leggersi in Tacito, VI. Annal. 40.