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189 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

Era spenta la repubblica, spenta la libertà: di loro vivevano solamente alcune forme, ma per derisione, o per servire d’aiuto ai principi tiranni: vizi infami in chi comandava, vizi vili in chi obbediva: la romana attività volta del tutto a straziare la patria. In questa condizione di tempi lo scrittore ha dovuto essere piuttosto morale che patrio: poichè essendo la patria perduta del tutto, non restava altra pianta da coltivarsi che la virtù con esaltar lei e con fulminare il vizio. Ciò fece Tacito, e fecelo in grado eminente che nissun altro istorico in quella parte a lui, non che pareggiarsi, approssimarsi un po’ da vicino si potrebbe. Pure l’anima sua forte e per così dire indomita e sdegnosa, amò la libetà e la pinse: ma la pinse come perduta e solo come memoria. L’anima sua fu ancora tenera ed affettuosa, ma non a modo delle debolezze moderne, bensì di resto d’anima romana. Di ciò serva di prova la vita di Agricola». Poscia il Botta ne celebra la forza e conclude «ch’ei fu un esempio vivo di quanto possa uno scrittor generoso in un’età corrotta.»

Cesare Balbo che è stato l’ultimo traduttore italiano di Tacito così ne ragiona. «Tacito è di quegli uomini di stato che credono accordabili pratica e giustizia: e di quegli storici che non lasciano indifferentemente giudicarne i leggitori. Ma i suoi giudicii brevi ed assoluti, non fanno inciampare il leggitore, come le dissertazioni diffuse di quegli storici che mal si dissero filosofici: e mal contarono Tacito quasi primo di essi, dietro all’uso delle sette che cercano vanto dall’antichità. Ma irreprensibile, anzi sommo così nelle qualità essenziali e virtuose, in quelle poi quasi esterne e formali dello stile è accusato di due gravi difetti: men pura latinità; ed affettata brevità, onde oscurità. Ma della latinità quan-