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178 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

in volgare, Scipione Ammirato prese a farvi sopra discorsi politici in cui si proponeva di raccogliere il fiore di tutto quello che si trova sparso nei libri delle azioni dei principi e del buono o cattivo loro governo. Dice che vi impiegò molte fatiche e sudori, e che si mosse a intraprendere questo lavoro perchè Tacito avendo discorso del principato era più confacente ai suoi tempi che gli scrittori aveano ragionato di repubblica. In sostanza intese di fare sui libri di Tacito ciò che Niccolò Macchiavelli avea fatto su quelli di Livio. Egli non raggiunse a gran pezza nè la sapienza politica nè le alte speculazioni dell’immortale segretario della Repubblica Fiorentina: ma pure molta è la dottrina ch’ei radunò cogliendo da più luoghi di Tacito pretesto a dispute morali e politiche e ad avvertimenti che tornassero utili ai principi e portassero ai popoli la desiderata felicità. La sua opera ora quasi al tutto obliata ebbe molta fama in quel tempo e fu onorata di parecchie edizioni e di traduzioni in latino e in francese.

Tacito era veramente lo scrittore che più d’ogni altro si conveniva a questi tempi infelici in cui inferociva la barbarie spagnola, e il dispotismo tornava a farsi dottamente crudele. Nelle sue eloquentissime pagine si trovava la descrizione e la satira delle sciagure e dei vizi che tornavano a desolare l’Italia. Perciò tutti correvano a lui come a interpetre dei mali antichi e quasi profeta dei nuovi. Filippo Cavriana gentiluomo mantovano, e professore famoso di medicina all’università di Pisa rivolse anch’esso i suoi studi a quest’argomento, e sulle orme dello storico ragionò della nuova politica. Esaminò Ippocrate e Tacito, paragonò i mali fisici dell’individuo coi disordini morali dei corpi politici, e prendendo a testo alcuni passi degli Annali vi fece sopra