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166 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

va di un sublime senso morale, qui si dimostra in tutto uomo del suo tempo e della sua patria. Al pari degli altri suoi concittadini non vede che Roma; non avvi nè ragione nè giustizia al di fuori di essa: solamente il romano ha una patria, tutti gli altri popoli sono gregge destinato a servire perchè il romano abbia il diletto e l’onore del comando. Un antico sapiente, il divino Socrate morendo avea lasciato per ricordo ai suoi discepoli che le verità le quali non trovavano nè in Atene nè in Grecia, le cercassero tra i barbari. Ora la dottrina della universale fratellanza dalle catacombe cominciava la rigenerazione del mondo. Ma Tacito era troppo romano e non la intendeva: e quindi spregiava i barbari e li voleva distrutti perchè avevano l’orgoglio di aspirare all’indipendenza: e i Cristiani, che pativano martirio a sostegno dell’idea rigeneratrice dei popoli tutti, chiamava odiatori del genere umano e degni di ogni supplizio perchè seguaci di superstizione funesta. Egli non istudiò la loro dottrina, e la condannò, perchè secondava il pregiudizio comune e perchè vedeva che essa era una minaccia agli Dèi del Campidoglio e alla religione che avea partorita la potenza e la grandezza di Roma.

Ma se Tacito in questo sentì come tutti i suoi concittadini, in molte altre cose si distinse da essi elevandosi a sentimenti generosissimi, amando sovranamente la giustizia, e professando fra uomini corrotti la più severa morale, e la più alta filosofia che comportassero le credenze romane. Egli non è scettico, come alcuno lo disse dando mala interpretazione alle sue parole. Nelle sue pagine compariscono ad ogni momento gli Dèi a punire gli umani delitti. Nella vita di Agricola ha il presentimento che vi è un luogo per gli uomini pii e che coi corpi non si estinguono le anime grandi. Mentre i più