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165 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

metteva alle genti oltramontane il dominio di tutti gli uomini. Le Gallie si sollevavano; i Daci facevano il primo tentativo d’invasione: Britannia levava alto la fronte, e chiamava i popoli a libertà. Più alto gridavano, e più fieramente combattevano i terribili figli delle selve germaniche. Roma da ogni altra parte aveva da opporre memorabili vendette alle patite sciagure: ma non così le era incontrato in Germania ove non avea potuto mai lavarsi dell’onta degli eserciti disfatti. I Germani risorgevano ogni giorno più minacciosi, e la loro libertà si mostrava inespugnabile. Tacito discorrendo di questi non può celare i suoi timori, nè dissimulare il presentimento funesto che lo agita sul fine di quella lotta che durava da due secoli. E poichè non comprende altro ordine di cose che quello stabilito dalla conquista romana, e la libertà e la nazionalità delle altre genti pel suo giudizio non sono sacri diritti, quando teme che Roma non possa resistere all’urto dei popoli correnti a indipendenza, egli invoca la discordia dei nemici come unico mezzo di salute alle sorti latine, chiede la distruzione di ogni popolo che rifiuta il dispotismo romano, e ascrive a grazia speciale degli Dèi che Roma avesse il piacere di vedere i barbari trucidarsi tra loro in guerra civile. Ne perirono, egli dice, sessantamila non pel ferro romano, ma, ciò che è più magnifico, caddero per dare agli occhi nostri dilettoso spettacolo. Deh rimanga e duri nelle nazioni se non l’amore di noi almeno l’odio di sè: poichè in queste minaccie dei destini dell’impero la fortuna non ci può dare maggiore aiuto che la discordia dei nemici.

Questo grido di gioia alla vista di sessantamila uomini caduti in guerra civile rivela tutta l’inumanità dell’egoismo romano. Tacito che in molti altri luoghi fa pro-