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149 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

da qualunque parte si volgano. Il popolo obbedirà a tutti e tradirà tutti: plaudirà il principe potente sul trono, e lo schernirà bruttamente allorchè assassinato giace per le vie. Sarà una turpe vicenda di giuramenti e di spergiuri, di adulazioni e di tradimenti, di viltà e di superbie: e il sangue intanto contaminerà le città e le provincie, i fratelli uccideranno i fratelli, e daranno un sozzo spettacolo di scellerate battaglie.

E questo è l’argomento delle Storie di Tacito delle quali non ci è rimasta che una piccolissima parte. Abbiamo solamente la narrazione delle guerre civili di Galba, di Ottone, di Vitellio e di Vespasiano. A mostrarci quale dolorosa impressione avessero fatta sull’animo dello storico che ne era stato testimone oculare, bastano le parole che egli premette al racconto, e che formano in pochi tratti un quadro di stupenda energia. Egli ci mette davanti in iscorcio un tempo, «ricco di casi, d’atroci battaglie, di parti, di sedizioni e di crudeltà anche in mezzo alla pace: quattro principi morti di ferro; tre guerre civili, più straniere e sovente miste: prosperità in Oriente, avversità in Occidente; Illirio turbato, le Gallie vacillanti, Britannia domata e tosto perduta: genti sarmate e sveve insorte contro noi; i Daci fatti gloriosi per isconfitte contraccambiate; e infino i Parti quasi mossi all’armi per la beffa d’un falso Nerone. Che più? Italia afflitta di danni nuovi, o dopo lunga serie di secoli rinnovati; città inghiottite o diroccate nelle più feconde spiaggie di Campania: e Roma devastata da incendii, consumativi antichissimi templi, ed arsovi per mano de’ cittadini il Campidoglio stesso; cerimonie profanate; adulterii grandi; il mare pieno di esilii; gli scogli intrisi di sangue. Più atroci crudeltadi anche in Roma: la nobiltà, le ricchezze, i rifiutati e gli e-