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147 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

resistè per un giorno intero alla tortura e poi si strozzò da sè stessa dubitando che i tormenti potessero recarla a tradire il segreto. Tanto più memorabile esempio, esclama Tacito, di una donna libertina che in tanta agonia salvava gli strani e pressochè sconosciuti, mentre i nobili, i cavalieri e i senatori non tocchi da tormenti tradivano i loro più cari, e Lucano accusava la madre, e molti che avevan perduti figli, fratelli, parenti e amici rendevano grazie agli Dèi, ornavan la casa di alloro, si gettavano alle ginocchia del principe e ne stancavan la destra coi baci.

Questo popolo stesso fu il difensore ardentissimo dell’innocenza di Ottavia la infelice moglie che Nerone sacrificava ad una meretrice. A questi potrebbero aggiungersi altri fatti che onorano il retto senso del popolo, e che Tacito pone in pienissima luce. Lo storico sebbene sia di pensieri e di affetti aristocratici, sebbene qualche volta usi parole di dispregio pel popolo e lo rappresenti contradicente a sè stesso e chiedente con ugual gara le cose contrarie, pure fa onore alle sue virtù, al suo generoso entusiasmo, e dai fatti che narra apparisce che il popolo non perdeva nulla nel paragone coi grandi. In un caso solo si direbbe che la moltitudine ha perduto affatto il sentimento del bene e del male, che tutti gli uomini sono discesi al livello dei bruti. È un caso che riempie l’anima di spavento. Nerone ha fatto uccider la madre. Pare che la natura con tuoni, con fulmini e con oscuramenti di sole frema dell’orrendo misfatto. Pure tutta Roma plaude a Nerone: gliene inviano congratulazioni i soldati: il filosofo Seneca fa l’apologia del matricidio, e dice pubblica fortuna che sia spenta Agrippina. I grandi ordinano supplicazioni e statue agli Dèi e al principe, e maledicono Agrippina nel solo momen-