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138 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

eravi pianto di parenti o di amici che confortasse le vittime: si fuggiva da essi come da uomini tocchi da contagioso malore, perocchè i carnefici notavano la pietà come delitto. L’accusa di maestà induceva necessità di silenzio: ogni vincolo di umanità per essa era rotto; la grande paura ostava ai soliti uffici. Si procedè anche a più turpi cose. Non solo fuggivasi l’accusato quantunque amico o parente, ma si cercava la propria salvezza coll’aggravarne le accuse, e col precipitare ad adulazioni vilissime lodando la temperanza, la bontà e la pietà dei carnefici. La paura divenne il Dio di questi miserissimi tempi, e si studiò di placarlo con adulazioni e delitti. Fu una gara turpissima di odio e di crudeltà dalla parte dei principi, d’impudenza e di bassezza dalla parte dei cittadini.

Tacito narra coll’anima piena di dolore e di orrore tutti i pericoli e i supplizi che gli altri scrittori tralasciarono, o perchè stanchi della gran quantità, o per non dare ai lettori la malinconia da loro sentita di quelle troppe tristizie. Egli freme a questo sozzo spettacolo di crudeltà e di viltà, a questo universale abbandono d’ogni idea generosa.

Quando si spegne uno di questi mostri schifosi e tremendi che si chiamano imperatori, il mondo non è salvato dal crudele flagello, perchè non si spegne pel potente consenso degli uomini tutti cospiranti in una medesima idea di sottrarsi alla vergogna di un abietto servaggio, e di essere governati con ordinamenti civili. Gli imperatori si uccidono per una cospirazione di corte, per un intrigo di soldati, di liberti, di cortigiane: non si vuol distruggere la tirannide, si vuol mettere sul trono insanguinato un altro tiranno da cui si spera favore