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135 ATTO VANNUCCI - DISCORSO SU TACITO

tro chi ne lo prega. Ma mentre vuole apparire svogliato, non trascura nulla di ciò che può rendergli la signoria più sicura. Si cinge di armi e di armati, dà ordini come padrone. Tutti i pretendenti, tutti gli uomini egregi e famosi nel pubblico prende a sospetto e si prepara a levarli di mezzo. Studia gli atti e i volti, nota speranze e timori, e ne prende pretesto a future vendette. Usa nomi antichi a coprire scelleraggini nuove: e mentre dice che dove entra la potenza scema il diritto, e che non si ha ad usare imperio ove si può far colle leggi, ogni legge umana e divina distrugge, ogni buono istituto travolge. Alle parole magnifiche succedono sempre fatti vani o falsi: le apparenze di libertà divengono strumento di più crudele servaggio. Tiberio onora quelli che vuol perdere, e non alterato in viso nè risentito in parole li tiene a sua mensa. La simulazione stima suprema virtù, e tutto l’ingegno adopra a pesar le parole, a essere ambiguo, a nasconder sè stesso, a tramescolare segni d’ira e clemenza. Coll’andare degli anni cresce in scelleratezze, in libidini, in atrocità: e se dapprima fu nefandamente crudele, ma nascostamente libidinoso, alla fine prorompe ad ogni scellerata laidezza, perchè, gettata via ogni vergogna e timore, segue liberamente il suo genio. Dà fieramente di piglio negli averi e nel sangue, odia senza ragione, uccide senz’odio: la madre stessa aborre e perseguita, e tutta la sua famiglia percuote di esilii e di morti crudeli: ma in questo sarà vinto dai suoi successori che uccideranno anche le madri e le mogli, e scioglieranno ogni vincolo di umano consorzio.

Quest’uomo che odia tutti ed è odiato da tutti vive solitario fantasticando in male cure e in tristi veglie: la paura gli fa fuggire i convegni, e lo porta a nascondersi in un’isola ove col sangue e colle atrocità alterna