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Il Balli ringraziò e disse che ne avrebbe sicuramente approfittato, ma soltanto di là a qualche mese, perchè, per il momento, era troppo occupato con altri lavori. La guardò lungamente sognando la posa in cui l’avrebbe ritratta e Angiolina divenne rossa dal piacere. Almeno Emilio avesse avuto un compagno di sofferenza. Ma no! Margherita non era affatto gelosa, e guardava Angiolina anche lei con l’occhio d’artista. Stefano ne avrebbe fatta una cosa bella, disse, e parlò con entusiasmo delle sorprese che le aveva date l’arte, quando dall’argilla docile usciva una faccia, un’espressione, la vita.

Il Balli presto si rifece brusco — Lei si chiama Angiolina? Un vezzeggiativo con codesta statura da granatiere? Angiolona la chiamerò io, anzi Giolona. — E da allora la chiamò sempre così con quelle vocali larghe, larghe, il disprezzo stesso fatto suono. Emilio si sorprese che il nome non dispiaccesse ad Angiolina; ella non se ne adirò mai e quando il Balli glielo urlava nelle orecchie, rideva come se qualcuno le avesse fatto il solletico.

Al ritorno il Balli cantò. Aveva una voce uguale, di gran volume, ch’egli mitigava modulandola con ottimo gusto, immeritato dalle canzoncine volgari ch’egli prediligeva. Quella sera ne cantò una di cui, per la presenza delle due donne, non poteva pronunziare tutte le parole, ma seppe farle intendere lo stesso con la malizia e la sensualità della voce e dell’occhio. Angiolina ne fu incantata.

Quando si divisero, Emilio ed Angiolina stettero