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che nelle sue parole sentiva un suono falso, lo lasciava ridere solo.

Ella toscaneggiava con affettazione e ne risultava un accento piuttosto inglese che toscano. — Prima o poi — diceva Emilio, — le leverò tale difetto che m’infastidisce. — Ella portava la testina eternamente inclinata sulla spalla destra. — Segno di vanità, secondo il Gall — osservava Emilio, e con la serietà di uno scienziato che fa degli esperimenti, aggiungeva: — Chissà che le osservazioni del Gall non sieno meno errate di quanto generalmente si creda? — Era golosa, amava di mangiare molto e bene; poveretto colui che se la sarebbe addossata! Qui poi mentiva sfacciatamente perchè egli amava altrettanto di vederla mangiare che di vederla ridere. Derideva tutte le debolezze ch’egli specialmente amava in lei. S’era molto commosso un giorno in cui Angiolina, parlando d’una donna molto brutta e molto ricca, era uscita nell’esclamazione: — Ricca? Allora non brutta. — Ci teneva tanto alla bellezza e l’abbassava dinanzi a quell’altra potenza. — Donna volgare — rideva ora col Balli.

Così, fra il suo modo di parlare col Balli e quello da lui usato con Angiolina, nel Brentani s’erano andati formando addirittura due individui che vivevano tranquilli l’uno accanto all’altro, e ch’egli non si curava di mettere d’accordo. In fondo egli non mentiva nè al Balli nè ad Angiolina. Non confessando il proprio amore a parole, si sentiva sicuro come lo struzzo che crede d’eludere il cacciatore non guardandolo.