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anche di là a dir male d’Angiolina. La fotografia del Leardi era la più bella: la macchina aveva fatto questa volta il proprio dovere riproducendo tutte le gradazioni del chiaroscuro, e il bel Leardi pareva ritratto a colori. Stava là, disinvolto, non appoggiato a tavoli, libere le mani inguantate, proprio in atto di presentarsi in un salotto ove forse lo attendeva una donna sola. Guardava Emilio con una cert’aria di protezione, naturale alla sua bella faccia d’adolescente, ed Emilio dovette torcere lo sguardo, pieno di rancore e d’invidia.

Angiolina non comprese subito perchè la fronte di Emilio si fosse tanto oscurata. Per la prima volta, brutalmente, egli tradì la sua gelosia: — Non mi piace mica di trovare tanti uomini in questa stanza da letto. — Poi, vedendo ch’ella si sentiva tanto innocente da essere stupefatta del rimprovero, addolcì la frase: — E quello che io ti diceva sere or sono; non è bello di vederti circondata da cotesti figuri e può danneggiarti. Già il fatto che li conosci è compromettente.

Improvvisamente ella ebbe dipinta sulla faccia una grande ilarità, e dichiarò ch’era ben lieta di vederlo geloso. — Geloso di questa gente! — disse poi rifacendosi seria e con aria di rimprovero, — ma quale stima hai dunque di me? — Ma quando egli stava già per chetarsi, ella commise un errore. — A te, vedi, darò non una ma due delle mie fotografie — e corse all’armadio a prenderle. Dunque tutti gli altri possedevano una fotografia di Angiolina; ella glie-