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Ed è così che nel brindisi parlai solo di me e di Augusta. Feci per la seconda volta in quei giorni la storia del mio matrimonio. L’avevo falsificata per Carla tacendo del mio innamoramento per mia moglie; qui la falsificai altrimenti perchè non parlai delle due persone tanto importanti nella storia del mio matrimonio, cioè Ada e Alberta. Raccontai le mie esitazioni di cui non sapevo consolarmi perchè m’avevano derubato di tanto tempo di felicità. Poi, per cavalleria, attribuii anche ad Augusta delle esitazioni. Ma essa negò ridendo vivacemente.

Ritrovai il filo del discorso con qualche difficoltà. Raccontai come finalmente fossimo arrivati al viaggio di nozze e come avessimo fatto all’amore in tutti i musei d’Italia. Ero tanto bene immerso fino al collo nella menzogna che vi cacciai dentro anche quel dettaglio bugiardo che non serviva ad alcuno scopo. Eppoi si dice che nel vino ci sia la verità.

Augusta m’interruppe una seconda volta per mettere le cose a posto e raccontò come essa avesse dovuto evitare i musei per il pericolo che, per causa mia, correvano i capolavori. Non s’accorgeva che così rivelava non la falsità di quel particolare soltanto! Se ci fosse stato a quel tavolo un osservatore, avrebbe presto fatto a scoprire di quale natura fosse quell’amore ch’io prospettavo in un ambiente ove non aveva potuto svolgersi.

Ripresi il lungo, slavato discorso raccontando l’arrivo in casa nostra e come ambedue ci fossimo messi a perfezionarla facendo questo e quello e fra altro anche una lavanderia.