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176 PARTE SECONDA

mente egli avesse fatto quell’istromento in buona fede, sia che comprendesse essere d’uopo pel proprio scampo il dirlo, fatto è ch’ei negò risolutamente di saperne di simulazione, e sostenne inconcussamente di avere creduto di fare un istrumento valido, e che l’atto era stato fatto nella debita forma, ec., ec. Uno dei testimoni che aveano sottoscritto l’istromento, per nome Panigotti, ricoveratosi in estero Stato subito dopo la cattura del notaio Bontempi, e condottosi a Brusselle, ove stette alcun tempo, era un amico dello stesso notaio. Conoscea la giunta l’amicizia che passava tra ’l Bontempi e il Panigotti, nè ignorava, perchè esperta oramai in siffatte materie, il sentimento angoscioso e cocente da cui viene affetto un uomo posto a fronte di un altro per sostenergli in faccia ch’esso ha mentito; il qual sentimento, ove i due confrontati sieno stati amici fra loro, ne rende il confronto affatto insopportabile. Dietro la cognizione che avea di un tale fatto e, sto per dire, d’una tale legge, il giudice istruttore disse al Bontempi, che il Panigotti, anch’esso captivo, avea confessato quel tanto ch’ei s’ostinava a negare. E aggiunse che, ostinandosi egli tuttora nella impugnativa, gli avrebbero condotto dinanzi l’amico per vedere quello che saprebber dire entrambi in un tale frangente. Udendo e della cattura dell’amico e della confessione del medesimo, rimase il Bontempi costernato. Non reggendo al pensiero di dover dare una mentita all’amico e di passare presso di lui per mentitore, interruppe frettoloso le parole del giudice, che facea le viste di ordinare che colà conducessero il Panigotti, e confessò quanto si volle da lui confessato. Venne perciò condan-