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accade di affrontare oratore ad oratore, poeta a poeta. A seconda di questi dettami G. B. Gelli lasciò scritto “Si debbe cercare nel tradurre oltre all’essere fedele di dire le cose più ornatamente che si può„ intendi fedele alle sentenze, altrimenti non avrebbe luogo l’adornezza del dire. Bene a tale avviso si conformò Annibal Caro, che fin ora non si lasciò vincere da chiunque si attentò cacciarlo di nido; nol fu, e penso nol sarà, se prima la nostra lingua non rinnova le forme e i modi. Vincenzo Gravina vi antepose il Beverini, ma il publico giudizio poco curando la piacevolezza delle rime si tenne al pregio di più squisita eleganza. Il conte Algarotti si avvisò di chiamare quello scrittore a sindacato in latinità. Di dottrina di lingua italiana propria alla Epopeia era da costituire il tema del giudizio. So bene, che perfetta dottrina di amendue le favelle è legge posta a traduttore, non sì che giudice debba obliare l’avviso Oraziano “quando in carme la bellezza è il più, alle piccole macchie non si ha da guardare„. Parea che alla severità del conte Algarotti non dovesse sfuggire una qualche nota sopra la monotonia sempre nemica al ritmo, e massime a quello del verso sciolto. Forse non se ne addiede, o non volle egli stesso di propria mano recidere i suoi vigneti.

Qui farò fine non senza notare, che buone traduzioni di buoni esemplari sono agevole scala alla conoscenza del bello delle lettere a vivi caratteri scolpito in essi. Chi si professa di poeta o di filologo là bisogna tendere i nervi della mente, là volgere i passi, e là come in cima di salita posare; più oltre è precipizio. Per tale avviso Monarchi