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cendosi maggiore, divenne a tale, che quasi non più vi era speranza di vita. Laonde il re ordinò che tutti e’ medici della città venissero alla sua presenzia, e liberamente dicesseno il lor parere. Intesa la voluntà del re, tutti i medici di qualunque grado e condizione esser si voglia, andorono al palazzo regale, e dinanzi al re s’appresentarono. Tra questi medici vi era uno nominato maestro Gotfreddo, uomo di buona vita, e di sofficiente dottrina, ma povero, e mal vestito, e peggio calzato. E perchè egli era mal addobbato, non ardiva comparere tra tanti sapienti e eccellentissimi uomini: ma per vergogna si puose dietro l’uscio della camera del re, che appena si puotea vedere, e ivi chetamente stava ad ascoltar quello che dicevano e’ prudentissimi medici. Appresentati adunque tutti i medici dinanzi al re, disse Guglielmo: Eccellentissimi dottori, la causa del raunarvi insieme alla presenza mia, altro non è, se non ch’io desidero intender da voi la causa di questa mia grave infermità, pregandovi, che con ogni diligenzia vogliate curarla, e darmi quelli opportuni rimedii che si ricercano, restituendomi alla pristina sanità. La qual restituita, mi darete quelli consegli, che più idonei vi pareranno a conservarla. Risposero e’ medici: Sacra Maestà, dar la sanità non è in potestate nostra: ma nella mano di colui, che sol con un cenno il tutto regge. Ma ben si sforzeremo, in quanto per noi si potrà, di farvi quelle provisioni che possibili saranno a riaver la sanità e riavuta conservarla. Indi cominciarono i medici a disputare dell’origine dell’infermità del re, e de’ rimedii che s’hanno a dare, e ciascuno di loro, sicome è lor usanza, particolarmente referiva l’opinione sua, allegando Galeno, Ippocrate, Avicenna, e gli altri suoi dottori. Il re, poscia che intese chiaramente la lor opinione, volgendo gli occhi