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diedero sepultura al corpo morto, Cassandrino, che di sopra cheto si stava ed ogni cosa vedeva, non ridendo nè vedendo persona alcuna nella camera, primamente si calò giù per una fune, e, fatto uno viluppo del letto, con molto suo agio via lo portò. Sepolto il corpo morto, e ritornato il pretore nella camera per posare, vide che il letto li mancava. Di che tutto suspeso rimase; e, se egli volse dormire, forza li fu prendere altro partito, pensando tuttavia alla sagacità ed astuzia del sottilissimo ladro. Venuto il giorno, Cassandrino, secondo che egli soleva, se n’andò al palagio, ed appresentossi al pretore; il quale veggendolo disse: Veramente, Cassandrino, tu sei un famosissimo ladro. Chi mai si sarebbe imaginato d’involare il letto con tant’astuzia, se non tu? Cassandrino nulla rispondeva; ma, sì come il fatto suo non fusse, ammirativo si stava. — Tu me ne hai fatta una delle belle, diceva il pretore; ma voglio che tu me ne facci un’altra, ed allora conoscerò io quanto il tuo ingegno vaglia. Se tu nella seguente notte mi rubberai il cavallo leardo che tanto mi piace e tengo caro, io ti prometto, oltre i cento fiorini che io ti promisi, dartene altri cento. Cassandrino, udita la dimanda del pretore, fece sembiante di esser molto turbato, e duolsesi che ei avesse di lui così sinistra oppenione, pregandolo tuttavia che della sua rovina non volesse esser cagione. Il pretore, vedendo Cassandrino rifiutare ciò che gli addimandava, si sdegnò e disseli: Quando non farai questo, non aspettare altro da me, se non esser appiccato col capestro ad una delle morse delle mura di questa città. Cassandrino, che vedeva la cosa esser molto pericolosa ed importare altro che finocchi, disse al pretore: Io farò ogni mio sforzo di contentarvi, intravenga ciò che si voglia, ancor che a tal cosa atto non mi trovi.