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Nacqui tra duo serraglia incarcerata;
     E di me nacque dopo un tristo figlio,
Grande come sarebbe, ohimè mal nata!
     Un picciol grano di minuto miglio!
Da cui per fame fui poi divorata,
     Senza riguardo alcun, senza consiglio.
O trista sorte mia dura e proterva,
     Di madre non poter restar pur serva!


Non senza grandissimo diletto fu da tutti ascoltato il dotto ed arguto enimma dalla festevole Lauretta ingeniosamente raccontato, e chi in uno modo e chi in un altro lo interpretorono. Ma niuno fu che aggiungesse al segno. Laonde la vaga Lauretta, vedendolo irresolubile rimanere, sorridendo disse: Lo enimma per me proposto, se io non erro, altro non significa se non la fava secca, la quale, essendo nata, giace chiusa tra due serraglia, cioè due scorze; dopo nasce di lei, a guisa d’un granello di miglio, un vermicello, il quale sì fieramente la rode e consuma, che, di madre, serva non può rimanere. Ad ognuno maravigliosamente piacque la isposizione di Lauretta, e tutti ad una voce molto la comendorono. La quale, fatta la debita reverenza, al suo luoco si pose a sedere. Ed Alteria, la quale appresso Lauretta sedeva ed a cui il secóndo luoco di favoleggiare toccava, desiderosa più di dire che di ascoltare, non aspettando altro comandamento dalla Signora, in tal maniera a dire incominciò.