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consiglio, ed io ribaldo e insensato lo sprezzai. Egli per salvarmi mi comandò che io fuggessi questi miei domestici nemici; ed io, acciò mi uccidessino e poi di mia morte ne godessino, mi li sono dato in preda. Egli, conoscendo la natura de’ prencipi che in un’ora amano e disamano, essaltano ed abbassano, mi confortò stare da quelli lontano; ed io, per perdere la robba, l’onore e la vita, incautamente li ricercai. Oh Dio volessi che io mai ispermentata non avessi l’infida mia moglie! Salardo, quanto meglio ti sarebbe, se sequitato avesti la paterna traccia, lasciando a’ lusinghieri ed agli adulatori il corteggiare i prencipi e signori! Ora io veggio a che condotto mi ha il troppo fidarmi di me stesso, di mia moglie e del scelerato figliuolo, e sopra tutto il troppo credere all’ingrato Marchese. Ora sono chiaro quanto egli mi amasse. E che peggio potevami egli fare? Certamente nulla; perciò che e nella robba e nell’onore e nella vita ad un tratto mi offende. Oh quanto presto l’amor suo è in crudo ed acerbo odio rivolto! Ben vedo ora il proverbio, che volgarmente si dice, esser verificato: cioè il signore esser simile al vino del fiasco, il quale la mattina è buono, e poi la sera guasto. O misero Salardo, a che sei venuto? dov’è ora la tua nobiltà? dove sono i cari parenti tuoi? dove sono le ampie ricchezze? dov’è ora la tua lealtà, integrità ed amorevolezza? padre mio, io credo che tu, riguardando, così morto come sei, nel chiaro specchio dell’eterna bontà, mi vedi qua condotto per esser sospeso non per altra cagione se no per non aver creduto nè ubedito a’ tuoi savi ed amorevoli precetti; e credo che con quella tenerezza di cuore, che già mi amasti, ancora adesso mi ami, e preghi il sommo Iddio che l’abbi compassione de’ sciocchi miei giovenili errori; ed io, come ingrato tuo figliuolo e disubidiente a’ co-