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e con più leggiadro stile sicuramente raccontare le loro favole di ciò che da me ora udirete.

Beato, anzi beatissimo è tenuto quel figliuolo che con ogni debita riverenza è ubidiente al padre, perciò che egli adempisce il comandamento datoli dallo eterno Iddio, e lungamente vive sopra la terra, ed ogni cosa che egli fa ed opera li riuscisce in bene. Ma pe ’l contrario quello che gli è disubidiente, infelice anzi infelicissimo è riputato, perciò che a crudele e malvagio fine riusciscono le cose sue, sì come per la presente favola, che raccontarvi intendo, agevolmente potrete comprendere.

Dicovi adunque, graziose donne, che in Genova, città antiquissima, e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcun’altra, fu, non è gran tempo, un gentiluomo, Rainaldo Scaglia per nome chiamato, uomo nel vero non meno abondevole de’ beni della fortuna che di quelli dell’animo. Egli, essendo ricco e dotto, aveva uno figliuolo nominato Salardo, il quale amando il padre oltre ogni cosa lo ammaestrava ed accostumava, come dee fare un buono e benigno padre, nè li lasciava mancare cosa che li fusse di utile, onore e gloria. Avenne che Rainaldo, essendo già pervenuto alla vecchiezza, gravemente s’infermò, e vedendo esser giunto il termine della vita sua, chiamò un notaio, e fece il suo testamento, nel quale instituì Salardo suo universal erede; dopo pregollo, come buon padre, che egli volesse tenere a memoria tre precetti nè mai scostarsi da quelli. De’ quai il primo fu che, per l’amor grande ch’egli alla moglie portasse, secreto alcuno mai non le palesasse. L’altro, che per maniera alcuna figliuolo da sè non generato non allevasse come suo figliuolo ed erede de’ suoi beni. Il terzo, che non si sottoponesse a signore, che per la sua testa sola lo