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n’andava via co la coa bassa, e no dasea pì impazo ai ponzini de Cecato e de la Tia.

Sì piacevole e ridicolosa fu la favola del Trivigiano raccontato, che le donne e gli uomini si misero in sì gran risa, che quasi si sentivano scoppiare; nè fu veruno nella compagnia, che contadino giudicato non l’avesse. Ma poi che ciascuno cessò di ridere, la Signora rivolse il suo chiaro viso verso il Trivigiano; e dissegli. Veramente, Signor Benedetto, voi in questa sera ne avete sì fattamente consolate, che meritamente e in verità potiamo tutte ad una voce dire la vostra favola non esser stà inferiore a quella del Molino. Ma per contentamento nostro e di questa onorevole compagnia, voi proponerete — non essendovi però in dispiacere — uno enimma, che non men dilettevole sia che bello. Il Trivigiano, vedendo così essere il desiderio suo, non volle contradirle; ma in piè levatosi, con voce chiara e senza indugio allo enimma in tal maniera diede incominciamento.

Va sier Zovo indrio e inanti,
     Ch’è vezù da tuti quanti.
Chi da un lò sta, chi da l’altro.
     Ben sarà quel fante scaltro,
Che dà a quatro in su la schina,
     S’a la prima lo indovina.
Tuta fià, da bon amigo,
     Che l’è zovo pur ve-l digo.

Poichè il Trivigiano con atti assai contadineschi ebbe al suo enimma, da pochi, anzi da niuno inteso, fatto fine, acció che tutti intendere lo potessero, nel suo linguaggio in tal guisa lo ispose: Per no v’artegnire, bela brigà, imbistante, savì-o che vo dire questo me favelare? Mo ve-l dirè, s’a’ no-l saì. Va sier Zovo