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casi in cui o per deliberato proposito o per semplice svista mi fossi scostato dalla lezione delle stampe più antiche.

Meno facile mi riuscì la riproduzione delle nov. V, 3 e 4, le quali sono dettate nei dialetti bergamasco e pavano. Trascrivere con cieca fedeltà il testo delle prime edizioni, era troppo comodo consiglio, ma non mi parve di poterlo adottare; nè d’altronde si voleva trascurare affatto l’antico dettato, perchè in tal caso avrei pubblicato due bei documenti prettamente dialettali piuttosto che i racconti dello Straparola, ove l’ingenua forma vernacola si adattò, per così dire, alla bocca dei colti narratori e ai delicati orecchi dei gentiluomini che stavano ad ascoltare. Ad uscire di questa difficoltà ritenni che la via migliore fosse di rispettare gli adattamenti letterari dei due dialetti e di seguire per la trascrizione i metodi moderni che vidi adottati rispettivamente dal Zerbini1 e dal Lovarini2; del resto abbondai in richiami alle edizioni antiche, che qui mi sembrò opportuno notare a piè di pagina: così pure allargai il confronto dalle antiche edizioni alle più recenti e mutilate, sia perchè anche di queste si avesse un saggio, sia inoltre per fornire elementi forse non trascurabili agli studiosi della storia dei due importanti dialetti.

Devo infine dichiarare che, per ragioni non interamente dipendenti dalla mia volontà, sostituii all’antica la grafia moderna in quei casi che non

  1. Note storiche del dial. berg., Bergamo, 1886.
  2. Antichi testi di letteratura pavana, Bologna, 1894.