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detto, prese alquanto d’ardire, ed abbracciò la donna; e seco consumò gli ultimi doni d’amore. Dopo Travaglino, troncato il capo del toro e messolo in una sacchetta, ad Isotta il presentò. La qual, contenta sì per lo desiderio adempito, sì anche per lo piacere ricevuto, con più corna che podere a casa se ne ritornò. Travaglino, partita che fu la donna, tutto sospeso rimase; e cominciò pensare molto come fare dovesse per iscusarsi della perdita del toro dalle corna d’oro, che tanto ad Emilliano suo patrone piaceva. Stando adunque il misero Travaglino in sì fatto tormento d’animo, nè sapendo che si fare o dire, al fine imaginossi di prendere uno ramo d’albero rimondo, e quello vestire di alcuni suoi poveri panni, e fingere che egli fusse il patrone, ed isperimentare come far dovesse, quando sarebbe nel cospetto di Emilliano. Acconciato adunque il ramo d’albero in una camera con la beretta in testa e con gli vestimenti in dosso, usciva Travaglino fuori dell’uscio della camera, e dopo dentro ritornava, e quel ramo salutava, dicendo: Bon giorno, patrone. Ed a se stesso rispondendo diceva: Ben venga, Travaglino; e come stai? che è de’ fatti tuoi, che già più giorni non ti hai lasciato vedere? — Io sto bene, rispondeva egli; sono stato occupato assai, che non puoti venire a voi. — E come sta il toro dalle dorate corna? diceva Emilliano. Ed egli rispondeva: Signore, il toro è stato nel bosco da lupi divorato. E dove è la pelle ed il capo con le corna dorate? diceva il patrone. E qui restava, nè più sapeva che dire, ed addolorato ritornava fuori. Dopo se ne ritornava dentro la camera, e da capo diceva! Iddio vi salvi, patrone. — Ben ci venga, Travaglino; come vanno e fatti nostri, e come sta il toro dalle dorate corna? — Io sto bene, signore; ma il toro un