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rio e falso ribaldone, che col suo cavallo m’ha ingannata, l’acqua della vita non mi porta. Il Soldano, che disdire all’amata donna non voleva, anzi con ogni suo sforzo cercava di compiacerle, chiamò Livoretto; e strettamente sotto pena del capo gli impose che l’acqua della vita recare le dovesse. Il giovane de l’impossibile dimanda molto si dolse; ed acceso d’ira, dentro e di fuori ardeva: ramaricandosi forte che il Signor il suo ben servire e le sue tante sustenute fatiche non senza gran pericolo della vita sua, sì miseramente guidardonasse. Ma il Soldano, tutto infiammato d’amore, per sodisfare alla diletta donna, senza mutare altro consilio, volse che al tutto l’acqua della vita le trovasse. E partitosi dal Signore ed andatosene secondo il solito alla stalla, maladiceva l’empia sua fortuna, tuttavia dirottamente piangendo. Il cavallo, vedendo il duro pianto del patrone ed udendo i gravi lamenti, disse: Che hai tu, patrone, che sì fortemente ti cruci? Ti è sopragiunta cosa alcuna? Acquetati alquanto, che ad ogni cosa si trova rimedio fuor che alla morte. Ed intesa la cagione del dirotto pianto, dolcemente lo racconfortò: riducendoli a memoria quello che già li aveva detto il falcone che egli liberò dal freddo ghiaccio, e l’onorato dono delle due penne. Il giovane miserello, ricordatosi pienamente il tutto, montò a cavallo: e presa un’ampolla di vetro bene avenchiata, attaccossela alla cinta, e cavalcò là dove il falcone fu liberato: e piantate le due penne nella sponda del fiume, come li fu già ricordato, subito apparve il falcone, ed addimandolli di che egli bisogno aveva. A cui rispose Lavoretto: Dell’acqua della vita. Allora disse il falcone: Deh, cavaliere, egli è cosa impossibile che tu mai ne prenda; perciò che ella è guardata e diligentemente custodita da duo